
Sito ufficiale di Sonia Rospetti
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Nell'acqua chiara del ruscello ondeggiava lenta l'immagine
indistinta di un viso, ed ogni tanto il suo riflesso si mescolava alle
verdi fronde mosse dal vento, intricate alle bianche nuvole che correvano
spumeggianti e gonfie nel cielo.
Poco lontano si udiva il richiamo acuto e insistente di una ghiandaia,
e l'aria era satura degli umori turgidi del bosco autunnale.
Un sasso lanciato nell'acqua frantumò il volto, che si scompose
in una miriade di pezzetti iridescenti, come in un vecchio caleidoscopio
girato da mani infantili.
Poi il viso sfumò, e nella quiete del bosco risuonarono passi
leggeri, crepitanti su foglie seccate, incerti sul terriccio fangoso,
più rapidi e nervosi dove il folto si faceva più fitto.
Il bianco cavaliere vagava senza meta da giorni, quando giunse alle
porte del piccolo borgo con le casupole rannicchiate ai piedi del grande
maniero che, dalla sommità della collina ricoperta da una rigogliosa
foresta, troneggiava imponente sulla malsana pianura sottostante.
Pensò che a quel punto un luogo ne valeva un altro e guidò
la sua stanca cavalcatura all'interno delle mura. Intorno a lui fervevano
le attività quotidiane: dalle botteghe giungeva il clangore degli
attrezzi, un asino macilento girava la macina dell'olio, la bottega
del tintore rifulgeva di tessuti colorati stesi ad asciugare, un carretto
portava ceste di verdure fresche, bambini sudici razzolavano con i polli
ed i maiali davanti alle anguste porte delle loro abitazioni e su tutto
gravava un fetore di uomini mal lavati, di liquami che scorrevano densi
ai lati delle viuzze, di animali, mitigato in qualche modo da mazzi
di erbe aromatiche poste sugli usci a seccare.
Ogni tanto si levavano le note di qualche menestrello, le urla dei mercanti,
gli schiamazzi dei bimbi, il vociare delle bestie.
Il bianco cavaliere scese dal suo destriero ed entrò nella taverna,
guidato dal suono della rissa che vi si stava svolgendo. Nell'oscurità
maleodorante che lo accolse si avvicinò al bancone e chiese al
taverniere un posto per alloggiare e qualcosa da mangiare.
L'uomo lo condusse in una misera stanzetta, con un pagliericcio gettato
sul pavimento di terra su cui da troppo non veniva stesa erba fresca
e profumata. Unico ornamento una stretta finestrella, ingentilita da
una grata ad arabeschi, che faceva filtrare strani giochi di luce sulle
grigie pareti e sulla volta del soffitto.
Il bianco cavaliere, dopo aver consumato un pasto frugale, si liberò
della spada, unico barbaglio nella penombra e si stese sul nudo pagliericcio.
Dapprima chiuse gli occhi e cercò di richiamare alla mente quel
volto che ormai lo perseguitava da giorni, che lo aveva indotto ad abbandonare
la sua sicura dimora, a lasciare gli anziani genitori.
Non riuscendo a ricostruire i tratti dolci e attenuati del viso, i rosei
contorni e le morbide sfumature, l'intenso colore degli occhi, i segni
leggeri del tempo, il bianco cavaliere si mise a rincorrere gli arabeschi
disegnati sui muri, con l'animo gonfio di rimpianto.
Avrebbe voluto addormentarsi e sognare, sognare quelle amate fattezze.
Rifare quel primo ed unico sogno, ritrovare il bosco, seguire il corso
del ruscello, affacciarsi dall'alto e vedere quel volto, quei dolci
occhi femminei, quei lunghi capelli ondeggianti. Questa volta avrebbe
fermato il suo passo, bloccato il cavallo, trattenuto quel sasso che
aveva spezzato l'immagine, infranto il suo sogno, distrutto la sua sola
possibilità di esser felice.
Quel volto ormai gli era entrato nel sangue, dentro di sé sapeva
che era sempre stato annidato nei recessi più profondi della
sua coscienza.
Il bianco cavaliere alzò una mano diafana a proteggersi gli occhi,
e nel gesto inciampò in una liquida lacrima che lo riempì
di vergogna, mista stranamente a felicità.
Lui. Il bianco cavaliere campione di giostre e tornei, temuto dai nemici
di suo padre per la ferocia di cui lo sapevano capace, piangeva per
un volto di donna intravisto nello specchio fluido di un sogno.
Era stato un sogno, sì, ma lui aveva in sé quei tratti
nitidamente, percepiva nelle pieghe di quel viso le sensazioni che la
facevano vibrare, avvertiva l'odore che emanava la candida trama della
pelle, avrebbe potuto disegnare ogni singolo lineamento.
Eppure non riusciva a richiamarli al suo cosciente, ad impossessarsene
con la sua razionalità.
Con la mano ancora appoggiata alla fronte, il bianco cavaliere intravide
tra l'intrico delle sue dita, il luccichio del suo spadone, appoggiato
ad una parete. Un raggio di luce, giocando con le volute della finestrella,
si era posato sulla larga lama ed il cavaliere, in un guizzo, vide distintamente
quel volto, nitido, ora, e dai contorni precisi.
Il bianco cavaliere si beò di quella vista e cercò di
far suo ogni minimo particolare.
Ma, mentre ammirava quei lineamenti delicati e fragili, qualcosa lo
colpì, qualcosa che se ne era stato annidato nel suo io più
profondo, che lui aveva vagamente intuito, sia pur inconsciamente, terrorizzandolo
e gettandolo nell'angoscia più cupa, qualcosa che aveva sempre
rinnegato con ogni suo gesto e parola.
Lui era il cavaliere forte e coraggioso, cruento ed invincibile, l'orgoglio
di suo padre e l'idolo di ogni fanciulla.
Ma lui era anche e soprattutto, il volto delicato e gentile che gli
sorrideva dal suo spadone, quelle calde lacrime cadevano sulla lama,
offuscando l'immagine, rendendola evanescente.
Ma ormai il bianco cavaliere aveva quel volto di donna impresso nel
suo cuore, nella mente, nella linfa che scorreva nella sue vene, perché
lui era quel volto di donna e solo ora si rese conto di averlo sempre
saputo e capì perché aveva abbandonato la casa di suo
padre dopo quel sogno.
Il bianco cavaliere si inginocchiò sulla dura terra e si sfilò
la cotta.
Aveva davanti a sé una battaglia a cui sarebbe stato difficile
sopravvivere: avvertiva la derisione, la vergogna, l'odio, la delusione,
il ludibrio a cui sarebbe stato esposto e tremava in ogni sua fibra.
Aveva combattuto contro cavalieri più grandi e più forti
e non era mai stato sconfitto, ma ora avrebbe dovuto combattere contro
l'ipocrisia e la grettezza, contro i pregiudizi e l'ignoranza, mostri
e draghi molto più feroci ed agguerriti di quelli da affrontare
nelle sue scorribande solitarie.
Pensò che avrebbe potuto ignorare quel volto di donna e tornare
da suo padre, riprendere il posto che gli spettava come primogenito
di un signorotto, però era cosciente che non si possono rinnegare
le proprie sensazioni, imbrigliare i sentimenti, castigare la natura.
Probabilmente suo padre l'avrebbe rinnegato, i suoi fratelli ripudiato,
sua madre sarebbe morta per il dolore, la vergogna, dilaniata dal contrasto
tra l'amore per il figlio e l'ignominia.
Il volto di donna lo osservava dallo spadone lucente, sorridente e serena.
Anche il suo animo era sorridente e sereno quando impugnò l'elsa
e, inginocchiato, fuse il suo sorriso con il sorriso del volto di donna,
accettando il peso della sua scelta gravosa.