
Sito ufficiale di Sonia Rospetti
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La vide, la prima volta, davanti alla piccola tabaccheria
e ne fu subito colpito. Era giunto da poco, una tappa obbligata delle
sue vacanze sempre in cerca di angoli nascosti e dimenticati dalle carte
geografiche, da cui respirare la storia racchiusa nei vecchi muri di
pietra, nei gesti atavici di persone che parevano comparse di una realtà
del tempo passato.
Quel paese, immerso nella verde quiete di morbide colline, gli era piaciuto
subito ed ora stava seduto al tavolino dell’unico bar, ai piedi
dell’antica chiesa di pietra, solida e massiccia, baluardo a guardia
dei merlati palazzi che cingevano la piazza.
Lei era lì, davanti alla vetrina, assieme ad altre, tutte belle,
solari, ma nessuna lo aveva colpito così profondamente. Probabilmente
non era più bella delle altre, ma per lui emanava una vivacità,
una briosità mai provata prima.
Distrattamente allontanò con la mano una mosca che si era posata
sul tavolino di metallo caldo di sole, e quel gesto lo riportò
nell’ombrosa casa alla periferia della sua città, con le
stanze dagli alti soffitti protette da zanzariere e da pesanti tendaggi.
Si ricordò così di quell’altra povera mosca imprudente
che era entrata, chissà come, nella sua biblioteca silenziosa
ed odorosa di cuoio, in cui gli unici colori erano quelli dell’arcobaleno
formato dal sottile fascio di luce che, filtrando da una dimenticata
fessura nelle tende, giocava con la polvere dei suoi amati libri.
Quell’esserino nero e ronzante era finito immediatamente, con
un gesto impulsivo, sotto un tomo di filosofia, ripulito poi amorevolmente.
Tutto era ordine nella sua casa, ordine e silenzio.
La sua solitudine era la sua sola compagna ed i suoi libri erano il
rifugio quando questa compagnia diventava insostenibile.
Quelli scritti da lui, testi storici e qualche trattato di filosofia,
stavano su un ripiano nascosto dietro un angolo, in un gesto di umiltà
per il suo talento.
Nella sua casa c’era anche la camera di Laura, luminosa una volta,
ma la polvere copriva ormai i mobili intagliati ed il piumino sul letto
aveva perso il suo profumo, mentre le tende restavano ostinatamente
chiuse. Laura se ne era andata dietro ad un sogno colorato, lasciandolo
solo nella sua casa uniforme e vuota.
Guardò verso la tabaccheria e subito chiuse gli occhi per fermare
il ricordo di Laura, che gli procurava ancora un misto di nostalgia
e rammarico, accompagnati da una sensazione di colpevole sollievo.
- Professore, mi darebbe una mano per la tesi di filosofia?
Laura era così, diretta ed impulsiva e qualsiasi sua richiesta
includeva già un assenso.
E così erano cominciati i lunghi pomeriggi nella biblioteca silenziosa,
in cui le discussioni di filosofia e le vicende storiche si mescolavano
alle inquietudini e all’irruenza di Laura. I raggi del sole, liberi
di entrare dalle tende aperte, ora giocavano con i riflessi dei suoi
capelli e l’odore polveroso dei libri era smorzato da quello fresco
del suo profumo.
Era entrata nella sua vita a poco a poco, quasi sapesse di non doverlo
allarmare, ribaltandone poi completamente le abitudini ed i riti. Quella
felicità mai provata, quei sentimenti vivi, lo spaventavano e
lo attraevano. Beveva ogni attimo passato con Laura, cercando di entrare
nel caleidoscopio dei suoi colori.
Ma la sua leggera spensieratezza era troppo pesante per lui. L’aveva
amata e la sua casa rideva con lei, ma il suo cuore aveva paura di aprirsi
alla felicità, per non dover troppo soffrire quando, inevitabilmente,
lei avrebbe portato lontano il suo riso.
Le parole premevano per uscire mentre la guardava e forse, nei suoi
occhi, lei le leggeva, ma le sue labbra non riuscivano a pronunciarle
e così, lentamente, il grigiore delle sue giornate aveva steso
una patina su quei lucidi sentimenti.
Il giorno in cui Laura se ne andò tutto brillava nell’aria
tersa di sole.
Lo aveva salutato con un lieve bacio sulle labbra, fredde le sue, fresche
e vive quelle di Laura, senza alcun rancore. Immediatamente aveva paragonato
quel tocco leggero alla beccata pulita di un passero e subito si era
arrabbiato con se stesso per quella sua abitudine ad analizzare ogni
cosa, anche l’ultimo saluto di Laura.
Lei era invece una creatura semplice, che prendeva le cose della vita
per quello che erano, come si presentavano, avidamente, quasi con ingordigia.
Era rientrato in casa mentre Laura percorreva rapidamente il breve tratto
che la separava da una nuova emozione.
Dietro la porta chiusa, la sua casa era silenziosa e la luce aveva ripreso
a filtrare attraverso la polvere dei suoi libri. Lentamente si era avvicinato
ai volumi che, in file ordinate, riempivano gli alti scaffali.
Ne aveva preso uno e si era lasciato cadere nella grande poltrona di
cuoio, quella stessa poltrona in cui Laura si rannicchiava, aspettandolo,
mentre lui buttava via la loro felicità sotto l’alone verde
della sua lampada, in compagnia di aridi scritti. E quando lei, ormai
stanca, si addormentava, la portava a letto, così, senza spogliarla,
togliendole solo le scarpe e coprendola piano. Poi usciva dalla sua
camera con le spalle e l’anima piegate.
Il libro era rimasto inutilmente aperto mentre le parole tremavano sulle
pagine. L’aveva chiuso, serrando le palpebre per ricacciare dentro
lacrime e sentimenti. Con le dita aveva stretto la copertina fino a
che le nocche non erano diventate bianche. Alla fine si era alzato e
aveva chiuso le tende che Laura aveva dimenticato aperte. Adesso tutto
poteva tornare alla sua piatta normalità.
Ed ora, in quella piazza quasi irreale, bagnata da un sole che ora gli
sembrava compagno, lei aveva fatto riaffiorare sentimenti che credeva
rimossi per sempre. Aprì gli occhi e subito la cercò con
lo sguardo, per assicurarsi che fosse ancora là.
C’era, e nella sua mente lui confuse il fresco gorgoglio della
fontana, lezioso ornamento del più antico palazzo, con la risata
argentina che lei sembrava voler trattenere.
I suoi pensieri e la quiete del pomeriggio furono rotti da un gruppo
di ragazzi in moto, che sbucò da un angolo ai piedi della chiesa
e si fermò davanti a lei, coprendola così alla sua vista.
Si agitò nervosamente sulla scomoda sedia e fu colpito da una
fitta di gelosia quando un giovane, con dei calzoni stretti e slavati,
si voltò verso la tabaccheria, forse per guardarla.
Immediatamente pagò la bibita, calda, rimasta nel bicchiere,
e si avvicinò alla vetrina del tabaccaio, fingendo interesse
per i ninnoli e le pipe esposte, ma in realtà occhieggiava nella
sua direzione, per studiarla nei particolari.
I giovani salirono sulle loro moto e ripartirono rombando.
Nella piazzetta il tempo si fermò e il marmo roseo della chiesa
si mescolò ai colori che vibravano da lei. Mentre studiava le
guide turistiche e chiedeva il prezzo di un grottesco Bacco di terracotta
che mai avrebbe trovato posto nella sua casa, assaporava i suoi profumi,
che solo lui poteva percepire.
Ormai sapeva che doveva averla, portarla via con sé, nella sua
casa grigia ed uguale, Lei era luminosa, ridente, viva.
Si diresse verso di lei, senza più esitare.
Ora, dopo tre anni, lei è lì, davanti a lui, sul piano liscio della sua scrivania, con la lucida carta che hanno quasi tutte le cartoline, ma così unica per lui, per il calore e le emozioni che quel suo paesaggio solare aveva saputo e tuttora sa procurargli, senza sconvolgere la quiete della sua casa, rifugio sicuro per il suo cuore tanto timoroso di amare ed inevitabilmente soffrire.