
Sito ufficiale di Sonia Rospetti
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C'era una volta una verde vallata, dove viveva, con la
sua famiglia, un uomo semplice e buono. La sua casa era solida e massiccia,
con le pareti di pietra grigia ed il tetto formato da possenti tronchi
intrecciati. Accanto alla casa si ergeva una quercia antica, che con
i suoi rami frondosi regalava frescura nei caldi pomeriggi estivi e
rossi bagliori nel ventoso autunno. A volte, nelle sere d'estate, quando
i figli dormivano e le mucche, pacifiche, ruminavano nel tepore della
stalla, l'uomo e sua moglie sedevano su un vecchio tronco intagliato
a forma di panca ed insieme guardavano il nero del cielo trapunto di
stelle, sognando un futuro di pace per i loro bambini, fatto di semplici
cose.
Il paese non era molto lontano dalla casa di pietra, e il vento portava
i rintocchi delle campane dell'aguzzo campanile.
Le giornate si susseguivano serene, i bambini al ritorno dalla scuola
del paese, scorrazzavano sui prati ed aiutavano il padre quando portava
le bestie al pascolo, mentre la madre impastava bianche forme di pane
e, nella zangola, montava il burro spumoso.
L'uomo faceva il mandriano e vendeva burro e formaggi nelle botteghe
del paese. Le alte montagne si ergevano maestose, quasi a proteggere
la casa ed il paese, più giù, in fondo alla valle.
Ma un mattino d'autunno, quando il bosco sfoggiava tutti i suoi colori
più belli e gli animaletti si affrettavano a riempire le loro
tane di provviste per il lungo inverno, arrivarono, arrancando sulla
stretta strada che portava alla casa, alcuni camion che trasportavano
ruspe e scavatrici. Erano preceduti da un fuoristrada che si fermò
davanti alla casa, e da cui scesero due uomini con valigette di pelle
e cravatte fiorate. Bussarono alla massiccia porta e l'uomo, gentile
e stupito, li fece entrare. I bambini giocavano fuori e la moglie si
asciugò le mani nel grembiule e versò loro del vino in
semplici bicchieri di vetro. I due si sedettero e, senza troppe parole,
tolsero dalle valigette dei fasci di carte, segnarono dei numeri, indicarono
delle cifre e alla fine conclusero dicendo:
- Entro quindici giorni la casa deve essere libera. Le ruspe, per ora
scaveranno più in alto, per darvi tempo di traslocare, ma al
quindicesimo giorno inizieranno ad abbattere i muri della stalla, e
poi passeranno alla casa.
Detto questo si alzarono, lasciarono le carte sul tavolo e, dopo un
breve cenno della testa, risalirono sul fuoristrada e partirono, lasciando
dietro di loro i camion, le ruspe, gli operai e quattro volti attoniti
e increduli.
La casa ed il terreno erano stati venduti, brandelli di frasi cominciavano
ad essere chiari, al posto degli alberi antichi sarebbero sorte amene
villette, il fiume sarebbe stato dragato per ottenere la sabbia per
costruire, nel giro di qualche tempo al posto della casa sarebbe sorto
un grande albergo.
L'uomo non aveva mai pensato che un giorno qualcuno l'avrebbe cacciato
dalla sua casa, dalle mura in cui erano vissuti i suoi genitori e serenamente
si erano spenti, in cui sua moglie aveva dato alla luce i loro due figli.
Aveva regolarmente pagato l'affitto per quel pezzo di terra e per quei
muri, li aveva curati ed abbelliti come se fossero stati suoi ed ora
glieli volevano togliere.
Improvvisamente si fece più acuto il freddo dell'inverno incipiente
e dall'alto dei monti soffiò un vento gelido, che fece fremere
e cadere le ultime foglie rimaste sulla vecchia quercia. Anche lei sarebbe
stata abbattuta, come gli altri alberi che crescevano nella valle ed
alle pendici dei monti.
I giorni passavano lenti ed inesorabili, scanditi dal rumore delle ruspe
che si mangiavano pezzi di montagna, che divellevano tronchi secolari,
che strappavano il cuore all'uomo ed alla sua famiglia. Il padrone della
terra e della casa gli aveva offerto un'abitazione in paese e l'uomo,
insieme alla moglie ed ai figli, faceva i tristi preparativi per il
trasloco.
Poi iniziò la pioggia.
Venne all'improvviso, dopo lunghe giornate di mite sole autunnale e
sembrò che il cielo avesse rotto una gigantesca diga, riversando
sulla terra tutte le lacrime del mondo.
Piovve per giorni e notti, ma le ruspe non interruppero il loro lavoro.
Le grosse fauci di ferro mordevano il fango e le gocce tintinnavano
sulle lucide lamiere.
E una notte il boato ruppe improvviso il silenzio, e tutto tremò.
L'uomo si alzò e, seguito dalla moglie e dai figli, uscì
nel buio. Alla luce flebile della lampada appesa davanti alla porta,
le grosse ruspe, in lontananza, sembravano mostri famelici, con le fauci
protese verso il cielo.
Davanti a loro la montagna scendeva, lenta ma inesorabile, lungo fiume
di fango pronto a travolgere e seppellire tutto sul suo cammino.
Le campane del paese suonavano freneticamente, come impazzite, e gli
uomini e le donne arrivavano correndo, scrutavano inquieti il ribollire
del fiume, osservavano sgomenti la valanga di fango e, preoccupati,
guardavano alle vette che, ora minacciose, aspettavano di scaricare
a valle la terra non più trattenuta dalle radici degli alberi
che giacevano a terra, ammucchiati in cataste disordinate. L'uomo e
la sua famiglia se ne stavano in silenzio, sulla porta della loro casa,
tenendosi per mano, e il bambino più piccolo aveva appoggiato
una mano sul tronco nodoso della vecchia quercia.
I contorni scuri delle ruspe erano grossi draghi medioevali, pronti
ad azzannare la natura che avevano intorno.
Più tardi arrivarono anche gli operai, gli uomini con le valigette
e le cravatte fiorate, insieme ad un signore elegante, con un abito
gessato e delle scarpe lucide, poco adatte al pantano che copriva il
terreno.
Entrarono nella solida casa e si sedettero al tavolo, mentre l'uomo
e la sua famiglia li osservavano dalla soglia.
Fuori la pioggia continuava a cadere.
All'improvviso l'aria si riempì di alti ululati, di stridii,
di cinguettii, di trilli, dello scalpiccio di zoccoli, di frulli d'ali
ed in poco tempo davanti alla casa e sulle fronde della vecchia quercia
si riunirono tutti gli animali che popolavano quelle montagne.
Un maestoso lupo grigio si staccò dal gruppo e, in mezzo allo
stupore della gente che si trovava là, si avvicinò al
signore elegante che nel frattempo, attirato dal trambusto, era uscito
dalla casa. Sfregò il pelo ruvido del suo muso sul tessuto morbido
della giacca, e gli lambì con la lingua rasposa una mano. Il
signore elegante era paralizzato dalla paura, ma l'uomo gli si avvicinò
e carezzò il lupo. Allora il signore elegante si piegò
sulle ginocchia, in modo da poter guardare la bestia negli occhi.
Per un lungo momento i due si parlarono con gli sguardi, umido e vivo
quello del lupo, addolcito quello del signore.
Poi il signore elegante si rialzò e, preso in braccio il bimbo
più piccolo dell'uomo, ordinò agli operai delle ruspe
di innalzare delle barriere per interrompere la frana.
Quindi, nel silenzio che avvolgeva tutta la valle, annunciò che
avrebbe piantumato nuovi alberi, rinunciando al progetto di distruggere
la vallata per costruire un villaggio turistico. Strinse la mano all'uomo
ed accarezzò il lupo grigio che, seguito dagli altri animali,
si avviò con passo sicuro verso il fitto del bosco. Infine se
ne tornò nella sua città, portando con sé i due
esterrefatti uomini con le loro valigette e le cravatte fiorate.
Sono passati alcuni anni da quella notte e ai piedi di quelle montagne
si erge ancora, massiccia, la casa di pietra, protetta dall'ombra della
quercia antica.
Nel prato giocano ora due ragazzi, mentre l'uomo accudisce sereno alle
mucche che quiete pascolano sui verdi pendii e la moglie ninna in una
culla di legno un piccolo bimbo addormentato. Le alte montagne silenziose
proteggono la valle e racchiudono tra i boschi e le rocce maestose le
tane di tanti animali.
Il ricordo del boato e del fango è lontano, ma non sfumato, resta
a monito per noi uomini affinché abbiamo sempre presente quanto
sia importante conservare ciò che la natura ogni giorno ci dona,
rispettandolo e mantenendolo intatto, rapportandoci a lei con umiltà
e gratitudine.