

Sito ufficiale di Sonia Rospetti
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Il piccolo paese, con le viuzze tortuose su cui si abbarbicavano
vecchie case dai muri scrostati con ciuffi d’erbacce intorno alle
soglie, pareva abbandonato. Persino i gatti, che un tempo scorazzavano
un po’ dovunque beneficiando della bontà dei paesani, erano
spariti. Si sentiva solo il fischiare della tramontana e lo sbattere
di qualche imposta mal fissata.
Un’esile figura scura si avvicinava alla gradinata che portava
al punto più alto del borgo, denominato “Castello”,
e la sua ombra, passando sotto l’arco a cui era appeso un vecchio
lampione ondeggiante, sembrava tremare.
Camminava piano, ed ogni passo le costava una fatica immane.
Giunta in cima alla salita, si fermò, si volse a guardare i ripidi
gradini sotto di lei, quasi volesse ripercorrerli all’indietro,
poi con un leggero sospiro raccolse la valigia che aveva appoggiato
a terra, strinse la cinghia del borsone che portava a tracolla, in un
gesto da cui sembrava voler attingere coraggio, e si avviò verso
una casa simile alle altre che delimitavano la piazzetta spazzata dal
vento.
Frugò nella borsa, ne tolse una chiave unita da una catenella
ad un’agata verde, e aprì il portone sormontato da una
nicchia in cui era accovacciato un leone con uno stemma tra gli artigli.
Appena varcata la soglia le esplose nella mente il ricordo dell’ultima
volta che vi era venuta, per le vacanze.
Allora non era sola, non era notte, i suoi due bambini, Elisa ed Andrea,
si rincorrevano nella piazzetta ed il portone era stato aperto da Luca,
suo marito.
Era successo solo due anni prima, eppure le pareva una vita, la sua
vita che era stata travolta da un destino crudele e meschino, in una
mattina maledetta.
Era iniziata come una qualsiasi mattina d’autunno, uggiosa sotto
un cielo grigio e pesante. Ma neppure una giornata così riusciva
a toglierle l’entusiasmo che sempre l’accompagnava al risveglio.
Dopo aver salutato con un bacio e le ultime raccomandazioni i suoi due
bambini mentre salivano in auto, aveva indugiato un attimo di più
tra le braccia di Luca, ripensando con morbido torpore alle carezze
della sera precedente.
Si erano scambiati un bacio carico di promesse, poi lui si era staccato
di malavoglia, era salito in auto e tutti e tre l’avevano salutata
allegramente.
Era rientrata in casa dopo aver chiuso il garage e spazzato le foglie
che si erano raccolte sul vialetto.
Mentre riordinava il tavolo della colazione, percorreva con la mente
il loro tragitto. Ormai Luca doveva aver lasciato i loro bambini a scuola
e tra non molto sarebbe arrivato in ufficio.
Il campanello suonò mentre stava pulendo le verdure.
Si asciugò le mani in uno strofinaccio a righe blu e bianche
e andò ad aprire la porta.
Il carabiniere davanti a lei era molto giovane.
- La signora Giulia Maratti? – chiese a voce bassa, non riuscendo
a guardarla negli occhi.
- Sì, sono io – aveva risposto con la voce arrochita da
un terribile presentimento.
- Suo marito ha avuto un incidente.
Da quel momento ogni ricordo era confuso e l’unica sensazione
reale e tangibile era il dolore lancinante che le squarciava il corpo
e la mente, che l’aveva assalita vedendo tutta la sua vita raccolta
in quei tre poveri corpi composti nell’ospedale della sua città.
Non aveva avuto il coraggio di portarli a casa.
Lei li sentiva vivi nelle loro stanze.
Non potevano essere loro, distesi, immoti. Sapeva che Luca non l’avrebbe
mai lasciata così.
Se lo ripetevano sempre. Staremo insieme per sempre, fino alla morte.
E poi ridevano di quella parola per loro tanto irreale e lontana.
L’impressione di abbandono provata all’arrivo, svanì
completamente al suo risveglio. I rumori che caratterizzavano ogni suo
soggiorno in quel paese a lei tanto caro, erano sempre lì.
Sentì lo scarrozzare del motocarro dello spazzino, ascoltò
le battute scambiate con le donne che scendevano nella piccola bottega,
mescolate al frusciare poderoso della scopa di saggina e ai discorsi
degli uomini che, con il tascapane di tela appoggiato ad una spalla
ed un secchio con il pastone per le galline in mano, andavano agli orti.
Quella cadenza dolce e modulata della parlata toscana, morbida come
le verdi colline senesi intorno al paesello abbarbicato su un poggio
coperto di querce e castagni, che era stata sua durante l’infanzia
e la giovinezza, le suscitò un’ondata di sensazioni contrastanti.
Provava un’angoscia immensa, un vuoto incolmabile e, per la prima
volta dall’incidente, della tenerezza.
Credeva di essere ormai chiusa nel suo muro di dolore e di cinismo,
così quel sentimento positivo che cercava di affiorare in un
mare di disperazione, le provocò uno scoppio di pianto incontenibile.
I singhiozzi le squassarono il corpo e le intorpidirono la mente.
Quando finalmente riuscì a riacquistare un poco di calma, scorse
nel buio profondo della sua anima una debole luce di speranza.
Forse aveva fatto bene a tornare. Dopo che tutto era stato distrutto,
avrebbe provato a ricostruire dalle sue radici.
Aprì le verdi persiane ed assaporò avidamente l’aria
fresca del mattino. Oltre i vecchi muri di pietra delle case, si stendevano
a perdita d’occhio le colline, ed alcune erano trapunte da paesini,
simili a paesaggi di antichi presepi. Il campanile si levava bianco
ed anacronistico accanto ai muri grigi, dopo che un fulmine aveva colpito
quello vecchio, distruggendolo.
Era tutto molto semplice e chiaro. Se anche la sua vita avesse potuto
essere così: semplice e chiara come le sue vacanze di bambina.
Il grande letto di ottone che divideva con la nonna, il catino smaltato
poggiato sul treppiede con la brocca, l’attendevano sempre al
suo risveglio. Lei si sentiva la principessa di quella grande casa piena
di oggetti antichi ed era contenta di doverla dividere solo con la nonna,
la persona che più aveva amato nella sua spensierata infanzia.
Aspettava con trepidazione quei mesi di vacanza in cui i giorni erano
scanditi da riti lenti ed uguali.
Ogni mattina prendeva la bottiglia e scendeva la ripida piaggetta che
portava alla latteria.
Quando arrivava, indugiava nella bottega assaporando l’odore del
latte appena munto, portato da un grosso motocarro in bidoni d’alluminio.
Osservava i gesti precisi della lattaia che travasava il latte nelle
bottiglie dai misurini di metallo. C’era quello da un quarto,
il mezzo litro, il litro.
Erano disposti in fila ordinata sul bancone di legno coperto da una
lastra di marmo macchiata da chiazze biancastre, a cui lei si appoggiava
aspettando il suo turno. Come era diverso dal marmo sempre pulito e
levigato sopra il grande tavolo di ciliegio nella cucina della nonna.
Il sole, rosso fuoco nel tramonto, incendiava il cielo macchiato da
nubi stracciate e sfilacciate, dai rosei contorni e le bianche striature
sfumate, scie di aerei passati, parevano antiche cicatrici del dolore
universale, comune a tutti gli uomini. Sotto, i paesini da presepe accendevano
le loro luci, tremuli fuochi nel crepuscolo via via sempre più
scuro.
Giulia gustava la quiete del paesaggio dalla finestra della grande cucina.
La vecchia casa era rimasta come nei suoi ricordi di bambina e le cose
care che la circondavano la facevano sentire in pace con se stessa,
nonostante il nodo alla gola ed il dolore che le procurava la vista
della panca vuota davanti al camino.
Era troppo vivo il ricordo di Luca e dei loro bambini seduti vicini,
con le teste chine su un grosso libro illustrato. Vi si sedette e strinse
forte il bordo con le mani, cercando di trattenere le lacrime.
L’immagine era ferma dietro i suoi occhi chiusi.
- Perché, perché non si gode della felicità quando
è dentro di noi? Perché diamo tutto per scontato?
Il grido le nacque dentro e le dilaniò il petto. Ma in quell’abisso
di disperazione sentì una voce dolce e cadenzata, accompagnata
dal cigolio di un vecchio arcolaio.
Seduta sulla panca c’era lei, bambina, accanto alla cara nonna.
Tra le sue mani un piccolo gomitolo si faceva più grosso via
via che la matassa si dipanava dall’arcolaio che girava piano,
inceppandosi ogni tanto.
- La nostra vita è come questo gomitolo di lana grezza che stai
arrotolando, Giulia – diceva sua nonna pacatamente – le
vicende, le gioie, i dolori, lo arricchiscono, lo rendono più
consistente. I nodi che fanno inceppare l’arcolaio nel suo lento
girare sono gli ostacoli da superare. Un giorno si incontra un nodo
ostinato, che non vuole sciogliersi ed il filo si rompe. La vita finisce.
Ma il gomitolo resta, anche se piccolo. Chi rimane ha l’obbligo
di usarlo. E’ fatto dei ricordi, dei sentimenti, delle esperienze,
dell’amore che ci univa a chi se ne è dovuto andare.
Giulia si alzò, le parole della nonna vive nella sua mente: aprì
una grossa madia accanto a lei e ne tolse il vecchio arcolaio.
Vicino c’era una matassa di lana grezza. La stese sui braccini
del piccolo bindolo che al tocco delle sue mani iniziò a girare,
svolgendo il filo.
Giulia avvolgeva il gomitolo, grosse lacrime bagnavano la lana. Il cigolio,
nel silenzio della stanza, era per lei un suono di speranza.
Non doveva buttare i suoi tre gomitoli. Luca, Elisa ed Andrea non avevano
vissuto invano. Lei doveva continuare per loro. Non sapeva in che modo,
con quali prospettive. L’unica sua certezza era che doveva scuotersi
dal suo dolore passivo e ricominciare a costruire, nel loro ricordo,
il suo futuro. Era un dovere verso di loro.
Dalla finestra aperta il cielo nero, coperto di stelle, entrò
nella stanza e vi diffuse un senso di pace.
L’aspo si fermò. La matassa era finita. Si era svolta tutta.
Un nuovo gomitolo era nelle sue mani.
La sua vita, pur se tra difficoltà ed incertezze, stava per ricominciare.