Racconti

 

foto racconto scrittrice Rospetti Sonia

 

Sito ufficiale di Sonia Rospetti

 

Selezione di testi inediti:

racconti, poesie e novelle.

 

 

 

Rospetti Sonia è la scrittrice dei testi qui pubblicati, ogni riproduzione è vietata salvo previa autorizzazione scritta rilasciata dall'autrice

 

Le fotografie sono per gentile concessione della

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Festa d'estate racconto in  formato PDF

 

Le era sempre piaciuto camminare a piedi nudi sulla sabbia, fin da quando era bambina. Affondava nella soffice rena tiepida e sfregava le dita tra di loro, per sentire i granelli che le solleticavano la pelle. Poi premeva più forte la pianta del piede sul bagnasciuga, fin quasi a perdere l’equilibrio, aspettava che un’onda cancellasse quel suo piccolo marchio e ne faceva un altro, accanto.
Le piacevano tanto anche le feste odorose di salsedine e di pelle sudata, con le dita unte di olio e la bocca piena di frittura, i piatti ammucchiati nell’acquaio, coperti di bucce di limoni spremuti e da grosse fette d’anguria, morse, succhiate fino al bianco. Sua madre univa i due tavoli, stendeva la tovaglia più grande, quella bianca con gli arabeschi in rilievo, prendevano le seggiole di legno che usavano sulla spiaggia, dall’angolo in cui stavano piegate, ed aspettavano le zie.
Quando arrivavano, con le ciotole colorate colme di riso condito e le zuppe fredde di pane, insieme agli zii che portavano grosse ceste piene di pesce e di duri polpi da lessare, suo padre si sedeva con un secchio di plastica giallo tra le gambe e lo riempiva di rosee interiora, le mani viscide e veloci.
Finalmente si sedevano tutti, vicini, con i gomiti che si toccavano: i bambini tutti da una parte, sua madre nella parte dei tavoli staccata dal muro, per potersi alzare senza disturbare.
Lei succhiava avidamente le nere cozze con il succo di limone che le pizzicava il mento, colando. Tutt’intorno le risate dei cugini, il vociare degli uomini, caldo di fresco vino bianco, il cicalare delle donne con i grembiuli macchiati di sugo.
- Non mangiare troppo fritto. Pulisciti la bocca prima di bere.
Sua madre le parlava senza convinzione, subito distratta dai discorsi delle zie, dall’ultimo dentino del cuginetto piccolo.
Dopo, mentre i grandi sorbivano il caffè corretto, con le bianche canottiere appiccicate ai dorsi abbronzati infilate nei corti calzoni e le leggere vestaglie colorate, lei e gli altri bambini si sedevano sul divano in finta pelle che di sera diventava il suo letto, e giocavano a carte o si raccontavano storie bisbigliate.
Poi era cresciuta.
Le sue gambe erano diventate lunghe, nervose, scattanti.
Le allungava scure sulla sabbia calda, le stringeva tra le braccia, inguainate in stretti calzoni di tela, nelle morbide notti stellate, nel cerchio di luce emanato da un grande falò sulla spiaggia. I suoi capelli si mescolavano nella brezza leggera a quelli di altri ragazzi. Uno rincorreva accordi sulle corde di una chitarra ed il silenzio era riempito da voci spesso stonate, da canzoni spesso sbagliate.
Erano altre feste d’estate, odorose di legno bruciato, di resina, di mare, di pesce arrostito.
Era cresciuta ancora. Le sue gambe non si erano più allungate, ma le sue spalle erano un po’ più curve.
Ed ora sedeva su una sdraio logora davanti alla baracca più estrema, verso la pineta, mentre il sole, polposa arancia sanguigna, sgocciolava lento il suo liquido succo nell’acqua densa e profonda, tingendo di rossa luminosità la scura linea dell’orizzonte.
Sulla striscia di sabbia bagnata che divideva il mare dalla spiaggia, una fila di effimere impronte, nitide e minute, si susseguivano in ordinata processione e le onde le lambivano dolcemente, ritraendosi in fretta per non cancellarle, in un movimento di tacito rispetto. Un granchiolino trasparente ne seguiva il contorno, nascondendosi sotto la sabbia quando avvertiva l’ansito dell’onda che arrivava. Le impronte si facevano più profonde ed affaticate via via che lasciavano la battigia e si avvicinavano alla fila di baracche che delimitava la spiaggia prima del paese, sprofondando nella sabbia asciutta.
Si era pulita i piedi dalla sabbia e li aveva infilati in un paio di vecchie pantofole di feltro. Le ginocchia erano piegate, strette contro il corpo con le mani. Alzò lo sguardo verso il mare e si avvolse fortemente nell’ampio mantello scuro, le spalle rivolte al vecchio muro di un rosa sbiadito. Ricordava che una volta era stato color fucsia e sulla barca capovolta di legno ormai marcio, il nome “Marisa”, ora scolorito sulla vernice scrostata, spiccava dorato nel blu cobalto della piccola chiglia.
Erano baracche di pescatori, adibite ormai a case per le vacanze estive, che risentivano dell’inclemenza del tempo e della salsedine, dell’incuria di proprietari distratti e di inquilini saltuari e frettolosi.
L’odore salato del mare, mischiato a quello dolciastro della resina della pineta, arrivava fino a lei portato da una brezza pungente, e cominciava a sentire sulle guance la fredda umidità di quella sera autunnale. Si strinse più forte nel mantello, cercando di contrastare il gelo che aveva dentro di sé.
Avrebbe dovuto rientrare.
Ma aveva paura della penombra che l’aspettava dietro la porta della piccola casa.
Meglio restare lì, fissando l’attenzione sul contorno scuro di una nave che passava all’orizzonte, illuminato nell’attimo in cui attraversava il fascio dorato del sole, tornando subito dopo anonimo e solitario. Le stridule grida dei gabbiani che si levavano alti nel cielo per poi tuffarsi repentinamente nell’acqua profonda alla vista di un piccolo guizzo argenteo e il lento fluire delle onde nel loro eterno viaggio dal mare alla terra e dalla terra al mare, si mescolavano al rumore sordo dei suoi pensieri.
Il sole era ormai quasi scomparso nella liquida immensità e quel suo sprofondare lento le ricordava i gesti di un amante premuroso e paziente, assecondato dalle movenze ondeggianti e cadenzate delle onde, simili a fianchi prosperi e generosi. Chinò la testa nel grembo, chiuse le braccia intorno al corpo come una morsa, serrò la mascella: i denti, contratti, le dolevano.
Un piccolo gabbiano bianco si era posato accanto alla sdraio ed osservava incuriosito quella scura sagoma rattrappita, immota nell’oscurità incipiente. I tondi occhietti, simili a piccole biglie di vetro, si muovevano inquieti nella testolina piegata ed il becco era socchiuso, quasi in attesa. Poi, stanco di tanta immobilità, o forse per scuotere quel torpore, si levò in volo con un forte batter d’ali ed un acuto grido stridulo.
Quel suono vicino e improvviso la riscosse.
Alzò il capo e guardò verso il mare. Il lieve mormorio della risacca le parve una nenia che invitava ad un dolce sonno di bambina, ed il muovere pacato dei flutti sembrò chiamarla.
Tolse le mani da sotto il mantello. Il leggero bisbiglio delle onde continuava a chiamarla, accattivante. Si alzò, sicura, e si avviò verso la battigia. Il caldo mantello le scivolò dalle spalle prima che i piedi toccassero l’acqua gelida, ma lei non rabbrividì.
Fendeva l’acqua fredda piano ma con decisione, affondando un po’ nel fondale sabbioso. La lunga gonna, ormai bagnata, le avviluppava le gambe impedendo i suoi movimenti e ad un certo punto inciampò e si inginocchiò nel mare salato. Si rialzò faticosamente e proseguì verso l’orizzonte lontano, freddo nella metallica luce della sera.
Sulla spiaggia aveva lasciato la sua grossa borsa, piena di tutte le piccole cose che si portava sempre dietro. Certamente, sotto il suo quadernetto sgualcito o infilata nell’album di plastica che racchiudeva tante care fotografie, c’era la busta, non troppo voluminosa, con quei fogli letti in fretta, con trepidazione, con angoscia. Avvertì più forte il dolore al fianco e proseguì decisa. Le parole scritte a macchina avevano un suono dolce, quasi rassicurante, ma un significato terribile.
Il medico che gliele aveva spiegate era stato gentile, pacato, molto professionale, ma impietoso.
Era uscita dal suo studio inebetita e si era diretta alla stazione, così, d’impulso. Si poggiò una mano al fianco, piegandosi un poco sulle gambe rigide, avanzando più piano.
Improvvisamente dietro di lei, sulla riva, avvertì la vampata calda e rassicurante di un falò, lo schioppettio della legna secca, gli effluvi della resina bruciata, il profumo fragrante del pesce cotto sul fuoco. La raggiunsero le note un po’ incerte di una chitarra forse male accordata ed un coretto di voci alte e allegre, roche per le risate ed il vento respirato nelle corse sulle vecchie barche a motore.
Si fermò, riluttante, e piano si voltò. L’acqua arrivava ormai alle sue spalle ed il mare aspettava solo di chiudersi pietosamente sui suoi capelli, sparsi sulla superficie increspata. Lo sciacquio delle onde la invitava a proseguire, il suo dolore la incitava ad andare avanti, ad affondare in quella tranquilla sicurezza.
Ma sulla spiaggia c’era una festa. Un’ultima festa d’estate. Dei ragazzi suonavano e cantavano insieme, arrostendo pesci pescati da poco. L’aria profumava ed il falò illuminava il nero del cielo stellato. Lentamente fece qualche passo verso la riva. Ora la festa sembrava invitarla e l’allegria vibrava nell’aria. Si avvicinò ancora finché riuscì a scorgere i volti illuminati dal guizzare delle fiamme. Due ragazzi sedevano vicini e si tenevano per mano, cantando insieme nella tiepida notte. Erano molto giovani, forse era la loro prima festa d’estate. Ad un tratto sentì freddo e ricordò che l’estate era passata.
Si avvicinava sempre più alla riva. Ora l’acqua lambiva le sue ginocchia e lei poté vedere nitidamente i volti dei due giovani che si tenevano stretti, illuminati dall’entusiasmo e dalle speranze della gioventù. I canti erano forti nella notte silenziosa e le voci sicure, ferme e gioiose, piene di aspettative. Ormai era uscita dall’acqua e rabbrividiva nella fredda sera autunnale. L’aria era tornata scura e silenziosa, ma gli ultimi echi della festa risuonavano nella sua mente e i bagliori del fuoco danzavano sfocati davanti ai suoi occhi. Si ricordò del suo mantello caduto sulla sabbia e vide che un gabbiano bianco vi si era posato e con le sue zampette tirava dei lunghi fili, incuriosito. Sorrise piano al piccolo uccello e gli lasciò il mantello. Raccolse la sua borsa ed entrò nella baracca, accendendo la luce. Si sedette su un vecchio divano di finta pelle, dimenticando di asciugarsi l’acqua fredda e salata, ed aprì la busta. Bagnò i fogli con le mani umide.
Le parole erano sempre lì, uguali ed inesorabili, definitive. Ma lei aveva dentro l’eco di quell’ultima festa, i colori ed i profumi di un momento di speranza. La sua vita era stata una festa. Una festa con dolori, gioie, sofferenze, sfide. Una festa di vita. Ora si aggiungeva quella nuova sfida e lei aveva temuto di aver esaurito tutto il suo coraggio.
- Ma la vita è una festa - disse serena e deve essere vissuta nella sua totalità. La festa è sempre un attimo di gioia, di speranza ed ogni vita è una festa, anche la mia e mi sta ancora chiamando.
Fuori il gabbiano si alzò in volo, con un lungo filo nero impigliato in una zampetta. Un granchiolino trasparente seguiva la doppia fila d’impronte sulla sabbia bagnata, nella morbida luce della luna, prima che il mare se le portasse via.
Domani quegli stessi piedi, o forse altri, avrebbero lasciato nuove impronte, nette e sicure.

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