
Sito ufficiale di Sonia Rospetti
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Il vecchio si aggiustò sulle spalle il pastrano
bitorzoluto per le numerose tasche che contenevano tutti i suoi averi,
raccolse il canestro colmo di funghi e, appoggiandosi al bastone nodoso,
si avviò lento sulle foglie umide, strascicando i piedi.
- E' stata una giornata proficua - pensò tra sé soppesando
il cesto e portandoselo al viso per annusare l'aroma che emanava.
L'aria si era fatta più fredda e attraverso il tessuto logoro
che copriva il suo corpo alto e scarno, la sentiva infilarsi umida e
pungente. Cercò di affrettare il passo, quel tanto che glielo
consentivano l'età e le cicatrici che una vita di vagabondaggi
gli avevano lasciato.
Poi si fermò di colpo, posò il canestro e alzò
una mano ossuta, simile all'artiglio di un rapace, alla massa grigiastra
ed informe che erano i suoi capelli. Si grattò furiosamente la
testa oblunga, in cui erano infossati due occhi chiarissimi, quasi trasparenti,
forati da pupille nerissime e minuscole ed intessuti da una fitta ragnatela
di capillari rossi.
- Maledetta bestiaccia - imprecò tra i denti schiacciando con
le unghie un grasso pidocchio - anche tu hai finito di succhiarmi il
sangue.
Trent'anni fa ho schiacciato il primo pidocchio che mi ha prosciugato
l'anima, aggiunse ridacchiando ed osservando il minuscolo esserino spiaccicato
sulla punta del suo dito - ed ora ti ci volevi mettere anche tu. Pronunciò
queste parole con amarezza infinita.
Un brivido intenso scosse le membra macilente ed il vecchio eremita
buttò il parassita e fu costretto ad appoggiarsi ad un tronco.
Chiuse gli occhi e sentì che cominciava a sudare. Si arrabbiò
con se stesso per aver ricordato, poi si sedette sulla terra madida
di umori e, consapevole di non poterlo evitare, si lasciò trascinare
via dal ricordo, scivolando su un declivio di disperazione.
Eleonora era la più bella ragazza che lui avesse mai visto e
lui era il più stupido ragazzo che avesse visto la luce in quel
paese della bassa pianura lombarda. Impazziva dietro alla sua risata
argentina, sognava di intrecciare i suoi lunghi capelli scuri, di assaporare
i suoi profumi, la spiava quando scendeva al fiume insieme alle compagne
a ridere e scherzare tra gli spruzzi, con le gonne rialzate sui polpacci
torniti.
Lei giocava con tutti i ragazzi, si lasciava corteggiare, ammiccava
maliziosa dietro le lunghe ciglia setose, imbronciava le rosse labbra
carnose, per poi aprirle nella sua forte risata, scoprendo i suoi denti
piccoli e aguzzi, simili a quelli di un animaletto selvatico. Lui cercava
di starle vicino, sul sacrato della chiesa, sfiorandola tra i banchi
del mercato.
Lei pareva non vederlo, gli passava accanto ignorandolo, stretta ai
giovanotti più grandi di lui.
Poi un giorno l'aveva avvicinato mentre stava seduto sul muretto addossato
all'argine del fiume e, togliendogli di mano un logoro volume, gli aveva
chiesto cosa ci trovasse in quei libri che si ostinava a leggere. Non
ricordava cosa le avesse risposto, ma sentiva ancora sulla sua pelle
ormai rugosa il tocco leggero delle sue mani quando l'avevano condotto
nella stalla ed il sapore delle sue labbra riempiva ancora la sua mente.
Avevano cominciato a vedersi di nascosto, perché lui era troppo
giovane e doveva studiare, e suo padre l'avrebbe riempito di legnate
se avesse saputo con chi usciva.
Aspettava con ansia ogni nuovo incontro, ma quando si lasciavano era
confuso, disorientato.
Intanto lei si faceva vedere in giro con tutti i ragazzi grandi e anche
con loro si appartava nei fienili e nelle stalle.
Il fiume scorreva accanto a loro, lento e silenzioso. Ed infine quella
follia si spense, la fulgida stella venne offuscata da una semplice
ragazzina che lui aveva sempre avuto accanto, con cui aveva giocato
da bambino e che era cresciuta senza rumore, all'ombra di un grande
focolare e di gialle e tonde polente.
Alla passione cieca si era sostituito un sentimento dolce e pacato.
Aveva parlato con Eleonora, le aveva raccontato di quell'amore, spiegandole
che non si sarebbero più incontrati nell'ombra dei fienili.
Lei l'aveva guardato e si era messa a ridere.
- Tu non sai cosa sia l'amore, sciocco ragazzino presuntuoso. Non sta
a te decidere se e quando noi ci dobbiamo incontrare. Nessuno mi può
lasciare.
Prima di andarsene gli aveva dato un violento bacio sulla bocca e poi
era corsa via come una furia.
Quella sera stessa, tra i canneti, un contadino che tornava dal suo
campo, trovò il corpo di una ragazzina. Quando la tirarono sull'argine,
i biondi capelli sottili si appiccicavano alla piccola testa e gli occhi
azzurri, spalancati, parevano guardare stupiti quel ragazzo smarrito
che batteva i denti, che stringeva convulso la mano gelata della sua
amica d'infanzia, di quel suo giovane amore perduto ancor prima di prendere
forma.
Intorno a lui la gente diceva che doveva essere inciampata e aver battuto
la testa sui sassi del greto, poi la corrente l'aveva trascinata più
a valle. C'era infatti una grossa botta sulla fronte bianca.
Eleonora si avvicinò piano, gli pose una mano sul braccio e strinse
forte. Lui si voltò a guardarla e vide che sorrideva, i piccoli
denti appuntiti guizzavano sulla pelle abbronzata, appena nascosti dalle
labbra rosse. Giocherellava con una grossa pietra, facendola saltellare
tra le mani.
- Nessuno può piantarmi in asso! Te lo avevo detto, piccolo stupido
- gli sussurrò all'orecchio.
Inorridito le si scostò ed iniziò a correre in direzione
dei campi. Corse fino a farsi scoppiare il cuore, il petto squarciato
da un dolore dilagante, la mente annebbiata dallo sgomento.
Corse fino a crollare bocconi sui duri spuntoni del granturco tagliato,
la faccia affondata in quelle spine taglienti, incurante dei graffi
che gli solcavano le guance, cercando anzi di placare la sofferenza
del suo animo con quelle lame che gli trafiggevano la carne. Lui era
stata la causa della sua morte. Solo lui e la sua stupida infatuazione.
Doveva capirlo che Eleonora non lo avrebbe mai lasciato andare se non
fosse stata lei a deciderlo. E ora Agnese, la dolce e timida Agnese
che arrossiva quando lui le passava lento una mano sul viso, era morta.
Il dolore rimbombava nelle orecchie, ottundeva il suo pensiero, agghiacciava
l'aria intorno a lui. Ciò che sapeva era troppo grande, troppo
grande perché qualcuno gli credesse.
Non poteva parlare senza confessare la sua passione per Eleonora. Suo
padre l'avrebbe riempito di botte, avrebbe dovuto lasciare gli studi,
sudare su quel granoturco che ora gli lancinava la faccia.
Sopra di lui le nuvole correvano veloci, tracciando contorni indistinti
sul suo corpo scosso da singhiozzi cupi e sordi, senza lacrime. L'aria
si era fatta più fredda, folate di vento muovevano le pannocchie
mature, passavano radenti sulla sua camicia, come ruvide carezze. Poi
il cielo si aprì e riversò su quel povero corpo una pioggia
fredda e sottile. Si sentì inzuppato ed iniziò a tremare.
Non era il freddo, ma il ricordo del viso bianco, di quei chiari occhi
spalancati, dei capelli appiccicati sulla fronte bagnata.
Lei aveva paura dell'acqua, non andava mai al fiume a sguazzare con
le altre ragazze e si teneva sempre lontano dall'argine. Ed ora era
fradicia, inzuppata di quell'acqua fredda e melmosa, appoggiata sulla
sponda, esposta agli sguardi di tutti, al sorriso soddisfatto di Eleonora.
- No - urlò rompendo il fragore della pioggia. - No, non è
così che deve finire. Tu non puoi finire così, non devi.
Fece forza sulle braccia e si sollevò in piedi. La pioggia ora
fumava intorno a lui e la terra era ormai un pantano. Affondando nel
fango corse verso il fiume, al punto dove l'avevano trovata.
Quando arrivò si accorse che non c'era più nessuno. Il
suo corpo era stato portato via. Accanto al punto dove l'avevano adagiata
vide la grossa pietra con cui giocherellava Eleonora.
Senza pensare, si chinò e la raccolse. La infilò in una
tasca e si avviò a capo chino verso il paese, le labbra serrate,
gli occhi asciutti, la mano stretta sulla grossa pietra. Ora sapeva
cosa doveva fare. Lui aveva provocato tutto e lui doveva rimediare.
Aveva tremato in tutto il suo corpo mentre si allontanava nella notte.
La sua fronte scottava, i denti battevano senza controllo ed i suoi
occhi vedevano vivida l’immagine di due corpi giovani, vibrante
ed arrogante uno, mite e remissivo l’altro, ma entrambi immoti
nell’ineluttabilità della morte. Aveva corso nella campagna,
costeggiando il margine del fiume, frustato dall’ombra dei pioppi
inondati dalla luna, rincorso dal fruscio delle fronde, deriso dagli
alti gridi degli uccelli notturni che sembravano farsi beffe del suo
tormento. Le sue viscere erano un groviglio di dolore, le tempie pulsavano
e ad un certo punto si era fermato, si era inginocchiato sull’argine
scivoloso ed aveva immerso la testa sott’acqua, trattenendo dapprima
il respiro ed aspirando poi con voracità. Era riemerso repentinamente
scosso da un accesso di tosse convulsa, aveva sputato, si era contorto
sulla terra bagnata, aveva strappato con le mani gli esili fili d’erba
che costeggiavano il letto del fiume. Poi si era messo bocconi e aveva
iniziato a mordere la terra, riempiendosi la bocca di zolle fresche
e umide, strofinando la faccia in quegli umori roridi e odorosi, fino
a riempirsi le narici. Avrebbe voluto piangere, lasciare che l’angoscia
fluisse da lui attraverso un fiume di lacrime, per mondarsi dalle sue
colpe. Ma l’orrore era troppo e gli aveva precluso anche quell’effimera
consolazione.
Intorno a lui anche il vento si era fermato e sul suo corpo non si susseguivano
più gli arabeschi delle foglie fruscianti. Pareva quasi che anche
il fiume avesse rallentato la sua corsa, per rispetto a quel dolore
immenso ed incomprensibile. Si era rialzato, tremante, il volto rigato
di terra, e aveva mosso qualche passo incerto, si era chinato a raccogliere
il suo fagotto e aveva ricominciato a correre fino a che aveva raggiunto
i binari. Qui aveva aspettato, inebetito, le mani strette attorno ai
volumi che aveva chiuso nel suo fardello, cercando di dimenticare gli
occhi spenti di Agnese e i suoi capelli lucenti che si aggrovigliavano
bagnati attorno al suo capo, il corpo di Eleonora che veniva portato
via dalla corrente, nel punto in cui il fiume correva più rapido,
dove lui l’aveva lasciato cadere dopo averlo trasportato sulle
spalle per un lungo tragitto. Era stato facile farle credere che non
era arrabbiato, che nulla era cambiato. L’aveva seguito tranquilla,
con la sua aurea di sicurezza e di arroganza e sicuramente si aspettava
che lui le dicesse che ammirava il suo coraggio e la sua determinazione.
Non si aspettava che il suo abbraccio si sarebbe trasformato in una
morsa mortale, che le sue mani si sarebbero chiuse attorno al suo collo
stringendo, stringendo, finché nei suoi occhi, finalmente, aveva
visto spegnersi la sicurezza e l’arroganza, scorgendo la paura,
la disperazione, l’implorazione.
Aveva gridato trionfante quando si era accasciata. Poi aveva cominciato
a tremare e a battere i denti, invaso da un freddo che gli ghiacciava
l’anima e che lo accompagnava ancora, mentre saliva correndo su
un carro bestiame del lento convoglio che passava sferragliando sui
binari. I ricordi erano ancora dolorosi, a distanza di tanti anni, ma
quel dolore era per lui un balsamo, perché significava che nonostante
quello che aveva passato era ancora un essere umano. Del resto schiacciare
gli insetti schifosi era un'operazione umana. Si alzò lentamente,
con le vecchie membra intorpidite, e si avviò verso il suo rifugio
notturno, una tana d’animale selvatico, che conservava i suoi
odori e suoi umori, chiuso dentro una grotta scavata nella cavità
della roccia, nascosto negli anfratti dei fianchi boscosi di quelle
colline che ormai erano diventate sue. Scostò le fronde che celavano
l’ingresso ed entrò chinando la sua magra figura, ma sfiorando
tuttavia la volta bassa accanto alla soglia, che si alzava proseguendo
verso l’interno. Si strinse le tempie tra le mani e sentì
qualcosa di morbido e caldo che camminava sulla sua mano. Il piccolo
topo che dormiva in una delle innumerevoli tasche del suo cappotto si
era svegliato e, aggrappandosi alla grossa stoffa, si era arrampicato
fino alla sua faccia.
Era una delle sue poche compagnie e lo aveva salvato da una trappola
nel fienile di una cascina dove aveva trovato rifugio qualche tempo
prima.
- Piccolo, buongiorno - borbottò con tono gentile - ti sei svegliato
finalmente.
Sbriciolò nel palmo della mano un pezzetto di pane e lasciò
che l'animaletto mangiasse le briciole, solleticandogli la pelle dura
e callosa. Il topino ogni tanto alzava il capo e lo guardava con i piccoli
occhietti tondi, allungando il musetto e movendolo quasi a volerlo ringraziare.
Mentre l’animaletto mangiava, lui gli accarezzava la morbida pelliccia
con un dito magro e nodoso, teneramente.
Sì, dopo aver schiacciato l’affascinante pidocchio, era
partito. Aveva girovagato senza mete precise, guidato solo dal suo dolore,
da una disperazione che, simile a una bussola, gli indicava i passaggi
più oscuri, le strade più perigliose. La sua vita si era
dipanata solitaria ed inutile, paga della compassione di un pezzo di
pane di qualche donna pietosa, di un bicchiere di vino di qualche avventore
curioso, delle parole strascicate di ubriachi annoiati. Il suo rifugio
erano stati un cielo stellato, una grotta tra i rovi, un vecchio casale
abbandonato. A volte, mani mercenarie gli avevano donato carezze senza
volere nulla in cambio, solo per il gusto e la curiosità di amare
quel suo corpo provato dalle intemperie di un’esistenza beffarda.
La solitudine non gli era mai pesata: amava il suono profondo del silenzio,
la compagnia della rabbia e del rancore, il gusto che gli dava assaporare
il ricordo della vendetta. Ma, mentre accarezzava quel piccolo topino
inerme qualcosa gli permeava l’anima, gli riempiva il cuore, quel
cuore che non sapeva di avere, e per quella malinconia, per quel senso
di protezione verso un esserino indifeso, per quella condivisione di
sentimenti, di tenerezza, era riscattato di tutta l’angoscia ,
il cinismo, la solitudine, che ammorbavano la sua anima.