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racconti, poesie e novelle.

 

 

 

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L'eremita racconto in  formato PDF

 

Il vecchio si aggiustò sulle spalle il pastrano bitorzoluto per le numerose tasche che contenevano tutti i suoi averi, raccolse il canestro colmo di funghi e, appoggiandosi al bastone nodoso, si avviò lento sulle foglie umide, strascicando i piedi.
- E' stata una giornata proficua - pensò tra sé soppesando il cesto e portandoselo al viso per annusare l'aroma che emanava.
L'aria si era fatta più fredda e attraverso il tessuto logoro che copriva il suo corpo alto e scarno, la sentiva infilarsi umida e pungente. Cercò di affrettare il passo, quel tanto che glielo consentivano l'età e le cicatrici che una vita di vagabondaggi gli avevano lasciato.
Poi si fermò di colpo, posò il canestro e alzò una mano ossuta, simile all'artiglio di un rapace, alla massa grigiastra ed informe che erano i suoi capelli. Si grattò furiosamente la testa oblunga, in cui erano infossati due occhi chiarissimi, quasi trasparenti, forati da pupille nerissime e minuscole ed intessuti da una fitta ragnatela di capillari rossi.
- Maledetta bestiaccia - imprecò tra i denti schiacciando con le unghie un grasso pidocchio - anche tu hai finito di succhiarmi il sangue.
Trent'anni fa ho schiacciato il primo pidocchio che mi ha prosciugato l'anima, aggiunse ridacchiando ed osservando il minuscolo esserino spiaccicato sulla punta del suo dito - ed ora ti ci volevi mettere anche tu. Pronunciò queste parole con amarezza infinita.
Un brivido intenso scosse le membra macilente ed il vecchio eremita buttò il parassita e fu costretto ad appoggiarsi ad un tronco. Chiuse gli occhi e sentì che cominciava a sudare. Si arrabbiò con se stesso per aver ricordato, poi si sedette sulla terra madida di umori e, consapevole di non poterlo evitare, si lasciò trascinare via dal ricordo, scivolando su un declivio di disperazione.
Eleonora era la più bella ragazza che lui avesse mai visto e lui era il più stupido ragazzo che avesse visto la luce in quel paese della bassa pianura lombarda. Impazziva dietro alla sua risata argentina, sognava di intrecciare i suoi lunghi capelli scuri, di assaporare i suoi profumi, la spiava quando scendeva al fiume insieme alle compagne a ridere e scherzare tra gli spruzzi, con le gonne rialzate sui polpacci torniti.
Lei giocava con tutti i ragazzi, si lasciava corteggiare, ammiccava maliziosa dietro le lunghe ciglia setose, imbronciava le rosse labbra carnose, per poi aprirle nella sua forte risata, scoprendo i suoi denti piccoli e aguzzi, simili a quelli di un animaletto selvatico. Lui cercava di starle vicino, sul sacrato della chiesa, sfiorandola tra i banchi del mercato.
Lei pareva non vederlo, gli passava accanto ignorandolo, stretta ai giovanotti più grandi di lui.

Poi un giorno l'aveva avvicinato mentre stava seduto sul muretto addossato all'argine del fiume e, togliendogli di mano un logoro volume, gli aveva chiesto cosa ci trovasse in quei libri che si ostinava a leggere. Non ricordava cosa le avesse risposto, ma sentiva ancora sulla sua pelle ormai rugosa il tocco leggero delle sue mani quando l'avevano condotto nella stalla ed il sapore delle sue labbra riempiva ancora la sua mente. Avevano cominciato a vedersi di nascosto, perché lui era troppo giovane e doveva studiare, e suo padre l'avrebbe riempito di legnate se avesse saputo con chi usciva.
Aspettava con ansia ogni nuovo incontro, ma quando si lasciavano era confuso, disorientato.
Intanto lei si faceva vedere in giro con tutti i ragazzi grandi e anche con loro si appartava nei fienili e nelle stalle.
Il fiume scorreva accanto a loro, lento e silenzioso. Ed infine quella follia si spense, la fulgida stella venne offuscata da una semplice ragazzina che lui aveva sempre avuto accanto, con cui aveva giocato da bambino e che era cresciuta senza rumore, all'ombra di un grande focolare e di gialle e tonde polente.
Alla passione cieca si era sostituito un sentimento dolce e pacato. Aveva parlato con Eleonora, le aveva raccontato di quell'amore, spiegandole che non si sarebbero più incontrati nell'ombra dei fienili.
Lei l'aveva guardato e si era messa a ridere.
- Tu non sai cosa sia l'amore, sciocco ragazzino presuntuoso. Non sta a te decidere se e quando noi ci dobbiamo incontrare. Nessuno mi può lasciare.
Prima di andarsene gli aveva dato un violento bacio sulla bocca e poi era corsa via come una furia.
Quella sera stessa, tra i canneti, un contadino che tornava dal suo campo, trovò il corpo di una ragazzina. Quando la tirarono sull'argine, i biondi capelli sottili si appiccicavano alla piccola testa e gli occhi azzurri, spalancati, parevano guardare stupiti quel ragazzo smarrito che batteva i denti, che stringeva convulso la mano gelata della sua amica d'infanzia, di quel suo giovane amore perduto ancor prima di prendere forma.
Intorno a lui la gente diceva che doveva essere inciampata e aver battuto la testa sui sassi del greto, poi la corrente l'aveva trascinata più a valle. C'era infatti una grossa botta sulla fronte bianca.
Eleonora si avvicinò piano, gli pose una mano sul braccio e strinse forte. Lui si voltò a guardarla e vide che sorrideva, i piccoli denti appuntiti guizzavano sulla pelle abbronzata, appena nascosti dalle labbra rosse. Giocherellava con una grossa pietra, facendola saltellare tra le mani.
- Nessuno può piantarmi in asso! Te lo avevo detto, piccolo stupido - gli sussurrò all'orecchio.
Inorridito le si scostò ed iniziò a correre in direzione dei campi. Corse fino a farsi scoppiare il cuore, il petto squarciato da un dolore dilagante, la mente annebbiata dallo sgomento.

Corse fino a crollare bocconi sui duri spuntoni del granturco tagliato, la faccia affondata in quelle spine taglienti, incurante dei graffi che gli solcavano le guance, cercando anzi di placare la sofferenza del suo animo con quelle lame che gli trafiggevano la carne. Lui era stata la causa della sua morte. Solo lui e la sua stupida infatuazione. Doveva capirlo che Eleonora non lo avrebbe mai lasciato andare se non fosse stata lei a deciderlo. E ora Agnese, la dolce e timida Agnese che arrossiva quando lui le passava lento una mano sul viso, era morta. Il dolore rimbombava nelle orecchie, ottundeva il suo pensiero, agghiacciava l'aria intorno a lui. Ciò che sapeva era troppo grande, troppo grande perché qualcuno gli credesse.
Non poteva parlare senza confessare la sua passione per Eleonora. Suo padre l'avrebbe riempito di botte, avrebbe dovuto lasciare gli studi, sudare su quel granoturco che ora gli lancinava la faccia.
Sopra di lui le nuvole correvano veloci, tracciando contorni indistinti sul suo corpo scosso da singhiozzi cupi e sordi, senza lacrime. L'aria si era fatta più fredda, folate di vento muovevano le pannocchie mature, passavano radenti sulla sua camicia, come ruvide carezze. Poi il cielo si aprì e riversò su quel povero corpo una pioggia fredda e sottile. Si sentì inzuppato ed iniziò a tremare. Non era il freddo, ma il ricordo del viso bianco, di quei chiari occhi spalancati, dei capelli appiccicati sulla fronte bagnata.
Lei aveva paura dell'acqua, non andava mai al fiume a sguazzare con le altre ragazze e si teneva sempre lontano dall'argine. Ed ora era fradicia, inzuppata di quell'acqua fredda e melmosa, appoggiata sulla sponda, esposta agli sguardi di tutti, al sorriso soddisfatto di Eleonora.
- No - urlò rompendo il fragore della pioggia. - No, non è così che deve finire. Tu non puoi finire così, non devi.
Fece forza sulle braccia e si sollevò in piedi. La pioggia ora fumava intorno a lui e la terra era ormai un pantano. Affondando nel fango corse verso il fiume, al punto dove l'avevano trovata.
Quando arrivò si accorse che non c'era più nessuno. Il suo corpo era stato portato via. Accanto al punto dove l'avevano adagiata vide la grossa pietra con cui giocherellava Eleonora.
Senza pensare, si chinò e la raccolse. La infilò in una tasca e si avviò a capo chino verso il paese, le labbra serrate, gli occhi asciutti, la mano stretta sulla grossa pietra. Ora sapeva cosa doveva fare. Lui aveva provocato tutto e lui doveva rimediare. Aveva tremato in tutto il suo corpo mentre si allontanava nella notte. La sua fronte scottava, i denti battevano senza controllo ed i suoi occhi vedevano vivida l’immagine di due corpi giovani, vibrante ed arrogante uno, mite e remissivo l’altro, ma entrambi immoti nell’ineluttabilità della morte. Aveva corso nella campagna, costeggiando il margine del fiume, frustato dall’ombra dei pioppi inondati dalla luna, rincorso dal fruscio delle fronde, deriso dagli alti gridi degli uccelli notturni che sembravano farsi beffe del suo tormento. Le sue viscere erano un groviglio di dolore, le tempie pulsavano e ad un certo punto si era fermato, si era inginocchiato sull’argine scivoloso ed aveva immerso la testa sott’acqua, trattenendo dapprima il respiro ed aspirando poi con voracità. Era riemerso repentinamente scosso da un accesso di tosse convulsa, aveva sputato, si era contorto sulla terra bagnata, aveva strappato con le mani gli esili fili d’erba che costeggiavano il letto del fiume. Poi si era messo bocconi e aveva iniziato a mordere la terra, riempiendosi la bocca di zolle fresche e umide, strofinando la faccia in quegli umori roridi e odorosi, fino a riempirsi le narici. Avrebbe voluto piangere, lasciare che l’angoscia fluisse da lui attraverso un fiume di lacrime, per mondarsi dalle sue colpe. Ma l’orrore era troppo e gli aveva precluso anche quell’effimera consolazione.
Intorno a lui anche il vento si era fermato e sul suo corpo non si susseguivano più gli arabeschi delle foglie fruscianti. Pareva quasi che anche il fiume avesse rallentato la sua corsa, per rispetto a quel dolore immenso ed incomprensibile. Si era rialzato, tremante, il volto rigato di terra, e aveva mosso qualche passo incerto, si era chinato a raccogliere il suo fagotto e aveva ricominciato a correre fino a che aveva raggiunto i binari. Qui aveva aspettato, inebetito, le mani strette attorno ai volumi che aveva chiuso nel suo fardello, cercando di dimenticare gli occhi spenti di Agnese e i suoi capelli lucenti che si aggrovigliavano bagnati attorno al suo capo, il corpo di Eleonora che veniva portato via dalla corrente, nel punto in cui il fiume correva più rapido, dove lui l’aveva lasciato cadere dopo averlo trasportato sulle spalle per un lungo tragitto. Era stato facile farle credere che non era arrabbiato, che nulla era cambiato. L’aveva seguito tranquilla, con la sua aurea di sicurezza e di arroganza e sicuramente si aspettava che lui le dicesse che ammirava il suo coraggio e la sua determinazione.
Non si aspettava che il suo abbraccio si sarebbe trasformato in una morsa mortale, che le sue mani si sarebbero chiuse attorno al suo collo stringendo, stringendo, finché nei suoi occhi, finalmente, aveva visto spegnersi la sicurezza e l’arroganza, scorgendo la paura, la disperazione, l’implorazione.
Aveva gridato trionfante quando si era accasciata. Poi aveva cominciato a tremare e a battere i denti, invaso da un freddo che gli ghiacciava l’anima e che lo accompagnava ancora, mentre saliva correndo su un carro bestiame del lento convoglio che passava sferragliando sui binari. I ricordi erano ancora dolorosi, a distanza di tanti anni, ma quel dolore era per lui un balsamo, perché significava che nonostante quello che aveva passato era ancora un essere umano. Del resto schiacciare gli insetti schifosi era un'operazione umana. Si alzò lentamente, con le vecchie membra intorpidite, e si avviò verso il suo rifugio notturno, una tana d’animale selvatico, che conservava i suoi odori e suoi umori, chiuso dentro una grotta scavata nella cavità della roccia, nascosto negli anfratti dei fianchi boscosi di quelle colline che ormai erano diventate sue. Scostò le fronde che celavano l’ingresso ed entrò chinando la sua magra figura, ma sfiorando tuttavia la volta bassa accanto alla soglia, che si alzava proseguendo verso l’interno. Si strinse le tempie tra le mani e sentì qualcosa di morbido e caldo che camminava sulla sua mano. Il piccolo topo che dormiva in una delle innumerevoli tasche del suo cappotto si era svegliato e, aggrappandosi alla grossa stoffa, si era arrampicato fino alla sua faccia.
Era una delle sue poche compagnie e lo aveva salvato da una trappola nel fienile di una cascina dove aveva trovato rifugio qualche tempo prima.
- Piccolo, buongiorno - borbottò con tono gentile - ti sei svegliato finalmente.
Sbriciolò nel palmo della mano un pezzetto di pane e lasciò che l'animaletto mangiasse le briciole, solleticandogli la pelle dura e callosa. Il topino ogni tanto alzava il capo e lo guardava con i piccoli occhietti tondi, allungando il musetto e movendolo quasi a volerlo ringraziare. Mentre l’animaletto mangiava, lui gli accarezzava la morbida pelliccia con un dito magro e nodoso, teneramente.
Sì, dopo aver schiacciato l’affascinante pidocchio, era partito. Aveva girovagato senza mete precise, guidato solo dal suo dolore, da una disperazione che, simile a una bussola, gli indicava i passaggi più oscuri, le strade più perigliose. La sua vita si era dipanata solitaria ed inutile, paga della compassione di un pezzo di pane di qualche donna pietosa, di un bicchiere di vino di qualche avventore curioso, delle parole strascicate di ubriachi annoiati. Il suo rifugio erano stati un cielo stellato, una grotta tra i rovi, un vecchio casale abbandonato. A volte, mani mercenarie gli avevano donato carezze senza volere nulla in cambio, solo per il gusto e la curiosità di amare quel suo corpo provato dalle intemperie di un’esistenza beffarda. La solitudine non gli era mai pesata: amava il suono profondo del silenzio, la compagnia della rabbia e del rancore, il gusto che gli dava assaporare il ricordo della vendetta. Ma, mentre accarezzava quel piccolo topino inerme qualcosa gli permeava l’anima, gli riempiva il cuore, quel cuore che non sapeva di avere, e per quella malinconia, per quel senso di protezione verso un esserino indifeso, per quella condivisione di sentimenti, di tenerezza, era riscattato di tutta l’angoscia , il cinismo, la solitudine, che ammorbavano la sua anima.

 

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